Orti di Pace in Sicilia. Educazione, riabilitazione, inclusione sociale

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TitoloOrti di Pace in Sicilia. Educazione, riabilitazione, inclusione sociale
Tipo di pubblicazioneMagazine Article
Anno di pubblicazione2010
Autore/iTomarchio MS, Pillera G
MagazineNoi
CollanaPerdiodico dell'Istituto Psicopedagogico "Villaggio Mediterraneo"
Paginatura19-20
Data pubblicazione12/2010
Parole chiaveagricoltura sociale, disabilità, orticoltura, riabilitazione
Testo completo

Si è tenuto il 28 ottobre scorso, presso l'I.C.S. “D'Annunzio – Don Milani” di Catania , il 1° raduno regionale del coordinamento di insegnanti, educatori, operatori sociali e ricercatori impegnati nel progetto Orti di Pace in Sicilia, la rete che punta a promuovere pratiche di coltura di orti, giardini e arboreti in contesti di istruzione, educazione e riabilitazione. Il CESARD è stato nel 2009 tra i primi ad aderire all'iniziativa, che è promossa dalla Cattedra di Modelli di progettazione pedagogica e politiche educative della Facoltà di Scienze della Formazione dell'Università di Catania e prende le mosse dagli studi della Prof.ssa Maria Tomarchio e dei suoi collaboratori sulla figura di Michele Crimi (1875-1963), maestro, direttore e poi ispettore scolastico, pedagogista e infaticabile educatore siciliano.

Come dimostrano le prime pionieristiche esperienze di Crimi e di molti altri silenziosi educatori e maestri, gli Orti di Pace hanno mutuato in Sicilia un'eredità storica di pratiche sperimentate sul contesto regionale. Il nome però lo devono ad un educatore e filantropo veneto, il biologo marino David Levi Morenos (1863-1933). All'indomani della I Guerra mondiale, abbandonati i cosiddetti “orti di guerra”, le sue Colonie dei Giovani Lavoratori, importanti iniziative per l'assistenza e l'istruzione professionale dei bambini bisognosi, degli orfani di guerra e in particolare dei contadini, furono presenti con tre istituti convitto, tra cui “Orti di pace” a Roma, presso Villa Doria Panphili.

Seppur non in riferimento alle esperienze appena tratteggiate, proprio il simbolismo orti di guerra / orti di pace è stato recentemente ripreso dall'Ecoistituto per le tecnologie appropriate di Cesena, che da oltre dieci anni lavora sui temi dell'educazione ambientale, della valorizzazione del territorio e dello sviluppo sostenibile. Proprio qui, nel 2009, prende vita una rete nazionale di Orti di Pace (si può leggerne il manifesto sul sito ww.ortidipace.org), cui il coordinamento siciliano aderisce immediatamente col proposito di scambiare, incentivare, coordinare e sostenere le esperienze presenti sul nostro contesto regionale.

In un tempo in cui i cicli di produzione-consumo, partendo dalla circolarità di una società contadina, si sono sempre più “ovalizzati” nella produzione alimentare industrializzata, in contesti urbani ove la fruizione del verde e l'interazione con le specie animali, anche domestiche, diventano occasioni sempre più rare, la proposta degli Orti di Pace in Sicilia è stata accolta con entusiasmo da vari istituti scolastici, che hanno attivato o mantenuto, in alcuni casi con il supporto di associazioni aderenti alla rete regionale, percorsi didattici ad hoc, molto spesso intrecciati con attività manipolative, creative ed espressive.

In campo psichiatrico ad osservare per primo gli effetti benefici di quella che verrà chiamata horticultural therapy fu, già sul finire del XVIII secolo, Benjamin Rush, considerato il padre della psichiatria americana. A metà del XIX secolo, laddove si prese coscienza che il disagio mentale era spesso provocato dal passaggio repentino a modelli di vita urbana ed al lavoro industriale, si tentò di rimediare attingendo alle medesime risorse del mondo rurale. Fu questo il caso di Gheel, villaggio del Belgio centrale in cui i disabili mentali vivevano integrati nell'economia e nella società del luogo, fornendo e ricevendo sostegno. La creazione di fattorie annesse o distaccate dai manicomi era considerata già a quel tempo un progresso ed ebbe una certa diffusione nell'Europa settentrionale: esempi importanti furono anche la colonia agricola di Clermont-Ferrand, in Francia, e il Ritiro di York, in Inghilterra.

Solo a partire dagli anni '50, specialmente in ambito anglosassone, vengono messi a punto programmi e protocolli scientifici più precisi ma ciò che conta è che il modello, abbondantemente collaudato, a partire dagli anni '80 comincia a diffondersi anche in Italia. Nel nostro paese, sotto l'influenza del pensiero basagliano e dei conseguenti orientamenti normativi, si afferma l'idea di trattamento del disagio come processo che da una parte dia risposta ai bisogni del soggetto, dall'altra sia strutturato in direzione di inclusività e di recupero dello svantaggio. Le campagne, come è avvenuto già in passato, si rendono naturalmente disponibili ad accogliere il disabile mentale, con la familiarità e l'intimità delle relazioni sociali, con il ritmo di vita calmo ed i suoi spazi quieti, con la possibilità di soddisfare semplicemente le proprie esigenze fondamentali, di vivere, infine, del proprio lavoro osservandone e comprendendone ogni fase e collaborando con altri.

In questo senso il CESARD è una realtà che nasce all'avanguardia: una villaggio residenziale e semi-residenziale immerso nel verde di una pineta etnea, di cui si prendono cura gli stessi ospiti e utenti della struttura. Presso il villaggio Mediterraneo infatti, oltre ai laboratori ergoterapici dell'argilla e del ferro, è attivo un laboratorio di floricoltura e orticultura, durante il quale i partecipanti si prendono cura del grande parco in cui sorge la struttura, abbellendolo con aiuole fiorite e conducendo anche attività orticolturali. Il laboratorio, infatti, si avvale di quattro ampie serre, di cui una specializzata nella coltura idroponica, quindi utilizzabile da utenti con problemi di mobilità.

L'esperienza del CESARD, non è l'unica a circuitare nelle rete degli Orti di Pace con l'ottica di un intervento terapeutico e riabilitativo rivolto alla disabilità mentale. Utili contributi sono derivati anche da percorsi come quelli intrapresi dal Dipartimento di Salute Mentale dell'A.S.P. 6 di Palermo, i cui utenti curano l'orto e sono impegnati in una cooperativa sociale che produce e commercializza piante grasse; o come quelli disegnati dalla cooperativa sociale “Lavoro e non solo”, in cui un gruppo di disabili mentali opera come azienda agricola biologica su terreni confiscati alla mafia, tra Corleone (PA) e Canicattì (AG).

In un contesto globalizzato, in cui un anacronistico “cordone sanitario” continua spesso ad isolare un noi da un loro - in qualsiasi senso discriminatorio possa intendersi tale polarizzazione, geografica, etnico-razziale, linguistica, anagrafica, fisica, sociale, culturale e mentale - forte si fa sentire l'esigenza di riscoprire e coltivare veri semi di pace: soggettività, contesti e strumenti dialogici per rifondare le basi di un nuovo modello di convivenza per il terzo millennio, in un'ottica planetaria ma partendo dal livello locale. Ecco perché la rete degli Orti di Pace in Sicilia, rafforzandosi nel confronto e nella preziosa condivisione di esperienze del suo 1° raduno regionale, si conferma nel proposito di diffondere le pratiche di coltura della terra tra le giovani generazioni e dentro i contesti intenzionalmente educativi (le scuole, le carceri, i centri di recupero e reinserimento). Ma anche fuori, incontrando la sensibilità di cittadini, di associazioni della società civile ed enti comunali, la preziosa collaborazione degli anziani, depositari di saperi millenari che rischiano di andare perduti e che invece possono essere recuperati e investiti negli orti scolastici, sociali, di comunità o di vicinato, luoghi di incontro e scambio intergenerazionale, aule all'aperto, spazi al contempo colturali e culturali.